L’Omeopatia, terapia olistica

Il termine olismo deriva dal greco (όλος = tutto, intero). Esso è stato introdotto nel gergo comune negli anni '20. Già nella Grecia antica il medico aveva una visione olistica del malato (la salute del corpo è legata a quella della mente). Platone diceva spesso: "Il grande errore dei medici del nostro tempo è quello di tenere saparata l’anima dal corpo". Nel parlare di olismo ci riferiamo ad una teoria indirizzata a molti campi del sapere medico (neurologico, psicologico, epistemologico). Come insieme olistico, l'organismo dev'essere inteso come qualcosa in più della semplice somma delle sue parti.

Una funzione non può essere espressa appieno se la consideriamo solo come analisi delle sue singole parti, ma dev'essere ricomposta come risultato di una complessità funzionale e allo stesso modo l'organismo va visto come complessità organico-funzionale.

La complessità della persona è espressa da Hahnemann nel § 9 de L'Organon (il medico deve comprendere la perturbazione della forza vitale del paziente per poterla restituire).

L’uomo va osservato come entità psicosomatica unica ed irripetibile con un corredo genetico proprio (genoma) sul quale l’ambiente può agire favorendo o reprimendo le espressioni geniche (epigenetica).

In quest'ottica il paziente non viene studiato solo per i suoi sintomi, ma considerato come espressione della complessità (ovvero come insieme di parti correlate tra loro). 

Non per niente, l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) descrive la salute non solo come condizione di assenza di malattia, ma come condizione di benessere psico-fisico e sociale dell’individuo.

L’obiettivo della medicina è promuovere la qualità della vita, attraverso la prevenzione e la cura delle malattie. 

Il vivente è in continuo equilibrio dinamico con l’ambiente esterno e con l’ambiente interno.

Se l’equilibrio "salta" nasce la malattia che si manifesta attraverso i sintomi. 

 

La malattia è quindi il segnale della risposta dell’organismo a turbamenti del suo equilibrio, come modificazioni organico-funzionali prodotte dai fattori causali: agenti infettanti, stress, processi infiammatori, traumatismi, ecc.

 

Le moderne scoperte sullo stress e sulla PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia) danno ampia visibilità dei rapporti tra psiche, sistema nervoso, sistema endocrino e immunitario.

Quando questo equilibrio non si recupera entro sei mesi dall’insorgenza della malattia "acuta", vuoi per una maggiore rappresentatività dei fattori patogeni che aggrediscono l’organismo, vuoi per una inefficace capacità difensiva dello stesso, vuoi per una inadeguata terapia, la malattia diverrà "cronica".

 

La cura delle malattie croniche è la vera sfida a cui dovrà dare una risposta definitiva la medicina moderna.

 

S. Hanhemann lo aveva intuito oltre 200 anni fa e a tuttora l'omeopatia rappresenta un sistema terapeutico utilissimo nella cura delle malattie croniche. 

La cura delle malattie con i farmaci di sintesi ha un senso se tali farmaci vengono usati come salvavita, ad esempio in corso di intervento chirurgico, in rianimazione, in pronto soccorso o come terapia sostitutiva (insulina nel diabete 1; tiroxina nell'ipotoroidismo).

Se i farmaci allopatici vengono somministrati come sintomatici nel trattamento delle malattie croniche, possono causare malattie iatrogene (prodotte dai farmaci).

È tempo di far chiarezza su quanto detto, e soprattutto sulla tesi che le cure omeopatiche siano lunghe.

Curarsi, ovvero prendersi cura di sé, non va d'accordo con la fretta. Risultati rapidi possono essere ottenuti nelle malattie acute, ma nelle malattie croniche curabili possono essere richiesti tempi più lunghi perché l'organismo possa reagire.

Come medici, conosciamo le malattie e siamo tenuti a diagnosticarle, avvalendoci della semeiotica e della clinica e, se necessario, di esami strumentali e di laboratorio. I farmaci di sintesi, di cui conosciamo l'utilità, devono essere usati solo all’occorrenza.

L’approccio olistico omeopatico indirizzato al malato rappresenta una diversa strategia terapeutica per il paziente, un’altra opportunità di cura priva di effetti collaterali.

Con l'approccio olistico la malattia viene studiata come complessità psico-somatica della persona, analizzando la complessa sintomatologia dell'essere, che varia da individuo ad individuo, perchè ognuno esprime la "sua" malattia.

Nella medicina classica a ciascun sintomo e a ciascuna malattia corrisponde una specifica terapia, quasi sempre una terapia "anti": antibiotica, antinfiammatoria, antidolorifica, ecc. Spesso esistono protocolli terapeutici a cui ci si deve attenere scrupolosamente.

In omeopatia ed in altre medicine olistiche non è così.

 

Come va fatta la diagnosi di rimedio?

 

Il  § 7 e il § 153 dell'Organon costituiscono i punti di partenza per la corretta scelta del rimedio omeopatico.

 

  • § 7: "Poichè in una malattia, in cui evidentemente nessuna causa determinante o sostenente v'è da rimuovere, soltanto i sintomi nella loro totalità devono costituire l'essenziale che la malattia indica per fare riconoscere quale medicamento essa necessita per guarire, e rappresentare l'unico momento che può determinare la scelta del rimedio più adatto".
  • § 153: "Nella ricerca del rimedio omeopatico specifico, ossia in questo confronto tra la titolarità dei segni della malattia naturale e le serie dei sintomi dei medicamenti a nostra disposizione, allo scopo di trovare la giusta potenza morbosa artificiale, per guarire il male secondo la legge dei simili, devonsi tenere presenti in modo particolare e quasi esclusivo i sintomi più salienti, quelli particolari, quelli non comuni, quelli caratteristici della malattia che si cura. I sintomi generali e indeterminati, come inappetenza, mal di capo, debolezza, sonno inqieto, malessere, ecc. per avere carattere generale e non essere meglio specificati meritano minor attenzione, poichè essi si riscontrano quasi in ogni malattia e in ogni medicamento".  

 

Nella prassi terapeutica è assai importante migliorarci nell'anamnesi, gerarchizzare i sintomi per poter arrivare al rimedio idoneo, curativo. 

 

Il § 153 rappresenta il punto di divisione di tutte le correnti omeopatiche.

 

Volendo trovare un punto di contatto tra i due filoni di pensiero possiamo dire che si può pensare clinicamente e agire terapeuticamente in maniera omeopatica.

 

Nella cultura medica attuale la bronchite del signor Rossi viene trattata come quella del signor Bianchi, individualizzando la malattia, ma non il malato. Ci preoccupiamo ad esempio di oggettivare la presenza del microbo come ad esempio in corso di gastralgia, ricercando la presenza dell'helicobacter pylori, ma non ci si preoccupa di sapere che essa possa essere la conseguenza di aver bevuto bevande ghiacciate in un'atmosfera afosa, oppure che sia la conseguenza di uno stress, o che sia la sequela di un intervento alle emorroidi.

Pensare e lavorare in maniera organotropica non è un peccato; si può ad esempiio utilizzare Carduus Marianus per il fegato o Crataegus o Lycopus per il cuore e Cinnabaris per i seni paranasali, ottenendo dei risultati apprezzabili, ma in questo caso attueremo una omeopatia d'organo, non l'omeopatia.

 

Hanheman scrive: "devono tenersi presenti in modo particolare e quasi esclusivo i sintomi salienti, quelli particolari, non comuni, caratteristici della malattia".

 

L'omeopatia non si ferma a livello del significato clinico, ma si rivolge all'evento patologico del malato così come esso si rappresenta nella sua personalità individuale con tutti i propri sintomi, segni e modalità.

In alcuni casi può essere contemplato il solo quadro clinico.

Ad esempio, quando il malato è affetto da ischialgia e non presenta null'altro di rilevante, allora verrà chiamata in ballo la rubrica clinica del repertorio "sciatalgia" e lì e in nessun altro posto si dovrà cercare il rimedio e modalizzare il dolore nelle relative sottorubriche.

 

In omeopatia accanto ai sintomi clinici, funzionali ed obiettivi esistono sintomi guida, chiave, paradossali, "as if" e salienti.

A noi interessa l'individuo malato con i suoi precedenti, con la sua sintomatologia individuale e tutta la sua personalità.

L'omeopatia richiede, per ciò che concerne la scelta del rimedio, tutto ciò che può essere prodotto dalla biografia del malato, sotto forma di sintomi, segni e modalità.

Nei casi acuti ciò non è un grave problema, mentre assai più difficile sarà quando saremo in presenza di casi cronici.

Abbiamo la necessità di avere in pugno la totalità dei sintomi, solo e soltanto per possedere i sintomi salienti.

Procediamo in maniera tale che vengano estrapolati quelli di importanza massima e solo questi vengano collegati con i rispettivi sintomi di patogenesi.

L'arte dell'omeopatia sta proprio nella capacità di dominare in maniera ottimale questa gerarchizzazione dei sintomi.

Nel repertorio cercheremo solo questi sintomi e non altri.

 

Con l’omeopatia, il medico omeopata cura la malattia nella persona, individuando con il criterio di similitudine il rimedio che nella sua sperimentazione clinica (proving) ha prodotto negli sperimentatori sintomi analoghi a quelli constatati dallo stesso nel paziente.

 

Il "proving" omeopatico

Il proving è la sperimentazione pura del farmaco omeopatico sull'uomo sano, una scienza empirica che Hahnemann attinse da Hume.

 

Per Hume scienza è "sapere rigoroso fondato sull'esperienza concreta". La sperimentazione in questo caso è svolta con metodo "induttivo", che dall'esame dei fenomeni osservati consente di estrapolarne il principio comune.

 

In questo caso, l'indagine scientifica va "dal concreto all'astratto".  

 

Il proving, che dura circa un mese, viene eseguito in "doppio cieco" su due gruppi di volontari sani:        

  • il 1° gruppo assume il verum, ovvero la sostanza da studiare (di origine vegetale, minerale o animale);
  • il 2° gruppo assume il placebo.

Nessuno conosce ciò che assume, se non il "direttore del proving".

La raccolta dei sintomi psicosomatici emergenti dai volontari permette di "scrivere la materia medica omeopatica" del rimedio sperimentato.

 

I proving, effettuati in tempi diversi e in punti diversi del globo e sicuramente da persone diverse, hanno sempre dato gli stessi risultati, portando alla realizzazione di poderose materie mediche omeopatiche.                    

Il medicinale omeopatico studiato con il proving è in grado di curare di volta in volta il ritratto dei sintomi presenti nel singolo malato.

In definitiva, similia similibus curentur, i simili sono curati dai simili; ovvero, ogni malattia viene curata con rimedi capaci di riprodurne i sintomi.

 

NEWS

FIRMIAMO sul sito 
www.omeocom.it 
la petizione
PER DIFENDERE L'OMEOPATIA
da un esagerato costo di registrazione dei farmaci.